La scatola che scotta – Parte 1

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22/09/2022

La busta che tenevo tra le mani era cartonata, ruvida, sigillata con un punto di cera lacca nero al centro della quale era stampata una clessidra.

Sul fronte un laconico “Per Giulia” scritto a mano. Una bella calligrafia che rendeva impossibile riconoscere il mittente.
La rigirai tra le mani diverse volte prima di decidermi ad aprirla, tanto mi pareva strano aver ricevuto una corrispondenza così misteriosa ed elegante.

“Giulia,
voglio che giochi con me a un gioco che ricorderai per sempre.
Rispondi Sì a questo indirizzo: mrg@XXXXX.com

Mr. G”

Ma chi è questa persona che irrompe così nella mia vita e mi dà degli ordini? Come si permette, e perché dovrei fare ciò che mi dice così, sulla fiducia se manco so chi è?
E chi è “G.”? Come se ci fosse una sola persona al mondo con un nome che inizia per G.

Le domande si accavallavano nella mia testa e nessuna trovava una risposta.
Osservai lettera e busta decine di volte durante l’arco della mattinata alla ricerca di un indizio sull’identità dell’autore.
Questa faccenda mi aveva turbata.

… Rimane il fatto che non mi è mai piaciuto prendere ordini, perché dovrei iniziare adesso? Ho sempre mal sopportato le disposizione perentorie e le istruzioni imperative, non come certe persone, anche se…
Mi tornò in mente la mia amica Arianna. Aveva un animo docile, tendeva a voler sempre accontentare tutti, spesso anche a discapito di sé stessa. Così faceva nel sesso, lasciando che il suo Daddy – come lo chiamava lei – le desse ordini.
Ricordai un episodio in particolare, io e la mia amica eravamo insieme al bar quando ricevette un messaggio sul suo cellulare. “Devo andare in bagno”, mi disse, “mi accompagni?”
Lo feci e la osservai mentre in bagno si alzava la gonna e abbassava le mutandine, estraeva una busta in satin viola e ne fece uscire il contenuto: fu la prima volta che vidi un plug anale dal vivo.
Arianna tirò fuori anche un boccetto di lubrificante, ne versò una generosa dose sull’ampolla e si piegò con la schiena in avanti, infilandosi quell’arnese nell’ano con un sospiro pesante.
“Ma cosa fai?!” le chiesi, pudica e anche un po’ sconvolta.
Lei mi liquidò in fretta: “Paghiamo e usciamo, devo essere dal mio Daddy tra 20 minuti”.

La settimana seguente – io e Arianna avevamo un rito sacro: l’aperitivo del venerdì insieme, sempre al solito bar – mi raccontò cosa accadde poi quel giorno.
Raggiunse il suo Daddy a casa sua e siccome aveva una copia delle chiavi entrò senza farsi sentire.
Si svestì completamente e rimase in soggiorno ad aspettarlo, in piedi, con le braccia lungo i fianchi, solo con le polsiere che aveva trovato all’ingresso, a testa bassa e fissandosi le dita dei piedi.
Lui comparve dopo circa mezz’ora, indossava soltanto gli slip neri.
Rimase immobile a osservarla in silenzio per un paio di minuti, dopodiché le ordinò d’inginocchiarsi, piegare leggermente la testa all’indietro e aprire le labbra.

Le si avvicinò, estrasse il pene dagli slip senza nemmeno sfilarli e glielo infilò in bocca, profondamente.

Si immerse a ripetizione, prima piano e poi sempre più velocemente, togliendole quasi il respiro e costringendola a succhiare e sbavare, succhiare e sbavare, ancora e ancora.
Lei pensò che stesse per venire e lui per tutta risposta rallentò, soffermandosi nella profondità della sua gola, ascoltando i suoi gorgoglii involontari, ritraendosi e tornando a spingersi a fondo tra le sue labbra più volte.


Si ritrasse, le ordinò di raggiungere il tavolino da caffè in metallo al centro della stanza, dove le disse di aspettarlo.
Tornò con la sua erezione in mostra e un paio di polsiere: “piegati a pancia in giù e allunga le braccia. Ieri mi hai disobbedito e ora ti darò una lezione”.
Non seppi mai cosa scatenò tutto questo, ma so per certo che stavolta Arianna eseguì solerte gli ordini senza fiatare e si appoggiò con pancia e seno sul metallo freddo e duro, lasciando che lui le legasse i polsi ai piedi del tavolino.
Lui le girò intorno, fermandosi di fronte alle sue natiche e allargandogliele con le mani. Gli sfuggì un suono di gutturale soddisfazione e indugiò con lo sguardo sulla rosa viola che tappava il suo orifizio anale per alcuni secondi, godendo di quell’immagine. 

Estrasse il plug anale e la riempì con il suo pene, duro come il legno. Spinse e si ritrasse così tante volte che lei perse la cognizione del tempo, eccitatissima e rassegnata: sapeva di non meritare l’orgasmo e che lui non gliel’avrebbe concesso. L’avrebbe invece usata solo per il suo piacere, come era giusto che fosse dopo che lei gli aveva disobbedito.
In preda a una furiosa eccitazione, lui continuò a usarla afferrandole i lunghi capelli castani e arrotolandoseli alla mano destra, che posò sulla schiena di lei costringendola a inarcare violentemente il collo. Arianna urlò ma non oppose resistenza e lui venne dentro di lei, abbandonò la presa sui suoi capelli e uscì dal suo corpo.
Si allontanò senza dire una parola ma la lasciò lì, a 90°, col sedere in bella mostra, eccitatissima, colpevole e insoddisfatta, mentre il seme di lui iniziava a colare verso il pavimento.
Restò lì per almeno 15 minuti prima che lui tornasse a liberarla, forse di più, e in tutto quel tempo rifletté sul perché lui l’aveva punita, convincendosi sempre di più di meritare ciò che le aveva fatto e che sarebbe stato meglio obbedirgli il giorno prima.
Daddy la slegò, illudendola di avere finito con lei, ma aveva ancora una cosa da farle fare: le ordinò di pulire il pavimento, proprio dov’era colato il suo sperma. Con la lingua.
Arianna si staccò dal tavolino e si mise a leccare tutto per bene, a quattro zampe, finché non fu completamente pulito.
Quando ebbe finito lui la cacciò, impedendole di lavarsi o darsi una sistemata.

All’epoca, ascoltando il suo racconto, mi sentii costernata e dispiaciuta per lei ma non potrò mai dimenticare l’ombra di beatitudine sul suo viso mentre ripercorreva quell’esperienza di sottomissione ai miei occhi tanto estrema.
Sembrava che avesse trovato una dimensione in cui esprimersi liberamente e vivere la propria travolgente sessualità senza giudizi.

A distanza di tutti questi anni mi sorgeva il dubbio di non aver compreso mai niente di certe cose, delle dinamiche profonde che le innescavano, del legame unico e speciale che queste creavano tra due persone e cresceva in me la sensazione che per certi versi avesse ragione lei. Non una ragione assoluta, ma valida per sé stessa e forse anche per me, se solo avessi avuto il coraggio di lasciarmi andare. Solo un po’.

Il PC era già acceso, lo raggiunsi. Aprii la mia casella di posta elettronica e una nuova email.
A: mrg@xxxxx.com
Oggetto: Giochiamo

Testo: Sì.
G

(continua)

Scritto da: Sister Midnight

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